Brexit – Un anno dopo

Brexit – Un anno dopo: il Referendum e il mondo della ricerca in UK

di Riccardo Briganti*

Il primo anniversario dello storico referendum sull’uscita dall’Unione Europea (UE) ci permette di analizzare un anno critico per il mondo della ricerca e dell’accademia in Gran Bretagna e, soprattutto, per tutti i ricercatori comunitari che lavorano in questo Paese. Nel nostro caso si possono identificare tre aree, intimamente connesse:

  • Il futuro del personale ricercatore ed accademico comunitario già nel Regno Unito
  • Il futuro del movimento di studenti e ricercatori tra UK e EU
  • Il futuro del finanziamento a progetti di ricerca europei

I primi due punti sono quelli che toccano più da vicino i nostri connazionali.

Vale la pena ricordare che nel Regno Unito una frazione molto alta dello staff accademico, circa il 16%, è composta da cittadini comunitari e che la UE è la principale area di riferimento per le collaborazioni scientifiche. Molti di questi cittadini UE sono nel Regno Unito da meno dei 5 anni richiesti per chiedere la residenza permanente e guadagnano meno dei £30,000 richiesti dalle nuove regole per i visti per lavoratori specializzati. Ad esempio il 30% dello staff comunitario dell’Imperial College, al momento non possiede almeno uno di questi requisiti.

Un problema analogo è quello degli studenti EU presenti nelle università. Nell’anno accademico 2015-16 in UK c’erano circa 127,000 studenti comunitari, il 5.6% dell’intera popolazione studentesca. A questi vanno aggiunti studenti in scambio culturale e studenti e neolaureati Erasmus+. Gli studenti UE iscritti ai corsi universitari godono dello stesso trattamento economico degli studenti britannici, in particolare devono pagare la stessa retta, mentre gli studenti non-UE pagano circa il triplo.

All’incertezza sullo status di immigrazione, quindi, si aggiunge quella sul trattamento finanziario. Il governo ha immediatamente confermato che per l’anno accademico 2017/18 le rette rimangono invariate, ma non c’è alcuna decisione per l’anno 2018/19 e oltre.

In questo clima di incertezza è chiaro che il rischio è quello di rendere le prestigiose università britanniche meno appetibili per studenti, per questo i documenti delle varie commissioni parlamentari sottolineano unanimemente la necessità di mantenere questo status. Le raccomandazioni del precedente parlamento includono alcuni punti importanti:

  • garantire agli studenti EU le stesse rette attuali per il 2018/19 e chiarire lo status di immigrazione entro il 2017
  • pensare a permessi di lavoro specializzato con bassa burocrazia per il futuro dell’immigrazione e che non siano inclusi nel target annuale di immigrazione
  • cercare di rimanere nel programma Erasmus+, ma pensare ad una alternativa domestica se questo non fosse possibile
  • garantire fondi di ricerca nazionale in caso di impossibilità di rimanere nei programmi di ricerca europei
  • attuare una strategia “globale” di collaborazioni scientifiche che coinvolga nazioni leader nella ricerca

Vale la pena chiarire che questi sono pareri elaborati da commissioni parlamentari e sono solamente di indirizzo. Il governo non ha ancora fatto alcuna dichiarazione precisa sullo status di studenti che vada oltre il White Paper presentato all’inizio del 2017. Il ministro della Brexit, David Davis, ha annunciato che Lunedì 26 Luglio 2017 sarà pubblicata la proposta britannica sull’immigrazione. Sarà interessante confrontare questa proposta con i principi pubblicati il 24 maggio 2017 dalla EU.

Veniamo quindi al terzo punto. Al di là dei fondi a cui la ricerca britannica ha avuto accesso, come membro della UE, quello che è più importante è che la UE è stata un importante vettore per garantire l’impatto della ricerca Britannica nel mondo. La stessa analisi della Royal Society citata precedentemente, ci dice che le pubblicazioni che risultano da ricerche finanziate dalla UE hanno maggiore impatto nella comunità scientifica di quelle che risultano da progetti non-UE. Questo avviene grazie alla qualità dell’accademia britannica, alle collaborazioni e alla possibilità di accedere ad infrastrutture strategiche finanziate dalla EU.

I benefici che la Gran Bretagna ha tratto dalla ricerca comunitaria non sono solo misurabili in termini di fondi e impatto delle pubblicazioni. L’UE fornisce la possibilità agli stati membri di incidere sulla direzione della ricerca e sulle priorità che questa affronterà e che ultimamente determineranno il nostro futuro. E’ quella che si chiama diplomazia scientifica ed è un modo di proiettare il peso politico degli stati membri che è spesso sottovalutato, e sicuramente è poco presente nei media.

I passi fatti per bilanciare gli effetti dell’uscita dalla EU sono stati prevalentemente orientati a rassicurare sulla continuità economica. Ad esempio sono stati stanziati due miliardi di sterline nello scorso budget (l’equivalente dell’italiana legge di stabilità) per rinforzare il piano di ricerca nazionale. I Labour hanno fortemente criticato questo piano, per due motivi: il primo è che non aggiunge molto, in termini di percentuali di PIL, all’attuale investimento per la ricerca, il secondo motivo è che non è chiaro quale percentuale di questi fondi andrà a finanziare ricerca di base.

Un preoccupante segno per le trattative con la EU è che la voce delle università inglesi non sembra rappresentata, come anche indicato nei lavori del precedente Parlamento. C’è poi un ulteriore elemento di preoccupazione. Ogni ministero dovrebbe avere un consulente scientifico (detto Chief Scientific Adviser, CSA): si tratta di una figura molto importante che dovrebbe costituire la voce della ricerca nei vari ambiti. Guardando la lista dei CSA del governo si nota che il CSA manca proprio dal Ministero per la Brexit.

In conclusione, ad un anno dal Referendum, il parlamento britannico ha evidenziato molte criticità per università e ricerca. Fondamentalmente si tratta degli stessi problemi che erano stati paventati dalla campagna per il Remain, con la differenza che ora si tratta di realtà. Le raccomandazioni del parlamento sono volte a mantenere un ruolo di leadership nel mondo della ricerca e della e dell’università. Un ruolo che la Gran Bretagna ha mantenuto e rafforzato grazie al suo essere membro dell’Unione Europea. Per mantenere questo ruolo la Gran Bretagna sta pensando a soluzioni creative che cerchino di bypassare un sistema che funzionava già per questo scopo. Tuttavia, i dettagli del post-Brexit sono più che vaghi.

Ovviamente, con il parlamento espressione delle recenti elezioni la situazione può radicalmente cambiare, è innegabile che il mondo della ricerca veda con favore la prospettiva di una “soft Brexit”. Tuttavia, vista la debolezza della maggioranza e la prospettiva concreta di nuove elezioni a breve, il rischio di trattative che non si chiudano con un accordo esiste ed è concreto.

Mi sono chiesto quale possa essere il più utile insegnamento di questo anno per i ricercatori e il mondo politico comunitario. Mi sembra che ce ne sia uno. Il sistema di ricerca collaborativa UE ha un numero di vantaggi che supera di gran lunga gli svantaggi derivati da un meccanismo burocratico migliorabile. Vantaggi che si traducono in un aumentata competitività dei singoli stati membri. E’ un perfetto esempio dell’approccio “better together”, “meglio se insieme”, e i timori del Parlamento UK sono la prova di come questo meccanismo funzionasse bene.

Il pubblico, tuttavia non conosce questi vantaggi e non li percepisce come tangibili. Sta alla politica trasferire questa consapevolezza ai cittadini.

*Riccardo Briganti è Assistant Professor. Vive nel Regno Unito da oltre 10 anni

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