Le proposte politiche del PD Londra

AboutBIPP580pxIl Circolo PD Londra & UK ’Decio Anzani’ promuove l’azione riformatrice del Partito Democratico e risponde alla richiesta di rappresentanza degli italiani residenti nel Regno Unito. Il circolo si propone anche di importare ‘geni positivi’ dalle varie esperienze europee per sostenere il cambiamento in Italia. Dopo mesi di discussione, prima nei gruppi di lavoro e in seguito nell’ambito di riunioni aperte e iniziative pubbliche – in particolare quella sul lavoro ‘Italy: Back to work?’ del 6 giugno 2015 e sull’innovazione ‘How to start (up) innovation?’ del 17 Ottobre 2015 – il Circolo Decio Anzani chiede al Partito Democratico di mobilitarsi su queste priorità:

Introduzione di un salario minimo nazionale

Riforma della legge elettorale della circoscrizione estero (assieme al Circolo PD Parigi e Circolo PD New York)

Lotta agli stages non retribuiti


 

Introduzione di un Salario Minimo Nazionale

Il Jobs Act è stata una riforma necessaria del nostro mercato del lavoro per facilitare la ripresa e combattere il precariato di milioni di giovani lavoratori grazie al contratto unico, all’introduzione del NASPI e l’estensione dei diritti a nuove categorie di lavoratori finora esclusi. Come circolo, pensiamo sia importante difendere il lavoratore, non il posto di lavoro. Ma crediamo che la riforma sia incompleta e che, oltre alla riforma dei meccanismi di collocamento e re-inserimento, sia necessaria l’introduzione di un salario minimo nazionale per tutelare i lavoratori esclusi dai contratti nazionali collettivi.

Il salario minimo era incluso tra le proposte approvate dalla Direzione nazionale del PD nel Dicembre del 2014 e nella legge delega del ’Jobs Act’ ma per ora è rimasta lettera morta. Eppure nel nostro paese ben 11% dei lavoratori è a rischio povertà (calcolato quando lo stipendio è inferiore al 60% del salario nazionale mediano), soprattutto nel settore dell’abbigliamento, alberghiero e agricolo, con salari ancora più bassi per i lavoratori a contratto determinato, i giovani e i lavoratori immigrati.

La proporzione dei cosiddetti ‘working poors’ sta purtroppo crescendo in molte economie avanzate ed è una delle cause dietro l’aumento della disuguaglianza. Un salario minimo nazionale sarebbe un modo per proteggere quei lavoratori non coperti dai minimi dei contratti collettivi nazionali (CCN), circa il 20% del totale (i CCN coprono direttamente il 60% dei lavoratori e grazie all’articolo 36 della costituzione un altro 20% per estensione, secondo dati ISTAT). Introdurre un salario minimo, e non un reddito minimo, non è solo un modo per ristabilire un minimo di equità ma costituisce un rilancio del valore fondamentale della nostra Repubblica. E’ il segnale che l’Italia vuole ripartire accettando la sfida della produttività e investendo sulla propria forza lavoro e non la via della  svalutazione interna e della compressione salariale.

Ma soprattutto, in un paese come il nostro con salari talmente depressi, un salario minimo potrebbe rilanciare l’occupazione grazie ai maggiori incentivi della partecipazione al mercato del lavoro. Questa è la lezione dal Regno unito, dove il governo laburista introdusse un salario minimo nazionale nel 1997 che porta, sorprendentemente per molti, ad un aumento dell’occupazione. Per un paese come il nostro che intende muoversi verso il modello della concertazione decentralizzata per le proprie relazioni industriali, un salario minimo rafforzerebbe il potere contrattuale dei lavoratori, a fronte dell’attuale vuoto di rappresentanza sindacale, specie per le categorie più vulnerabili (precari, giovani e stranieri). Per questo motivo il circolo Decio Anzani chiede l’introduzione di un salario minimo proporzionato alla produttività, ne’ troppo basso per poter  veramente sostenere i salari, ne’ troppo alto per evitare un aumento del lavoro nero o da costituire un peso eccessivo per le aziende.


 

Riforma della legge elettorale  della circoscrizione estero

L’introduzione della Circoscrizione estero (12 deputati e 6 senatori), ormai una decina di anni fa, è stato un passo importante per l’estensione sostanziale dei diritti degli Italiani all’estero, nonché un fondamentale riconoscimento politico del loro ruolo di risorsa, al contempo come promotori dell’Italia all’estero e come fonte di stimolo per l’innovazione del nostro Paese. E’ stato un esempio seguito da molte altre nazioni, in Europa e nel mondo. La ripresa negli ultimi anni di un’emigrazione quantitativamente e qualitativamente importante conferma la validità e la lungimiranza di questa scelta politica e istituzionale.

Tuttavia, le polemiche emerse sulla regolarità del voto estero in occasione delle tre tornate elettorali (2006, 2008, 2013) duranti le quali il voto all’estero è stato permesso, impongono una riflessione approfondita, affinché questo diritto fondamentale e strumento di rappresentanza per gli Italiani all’estero sia garantito e rafforzato.

In merito aderiamo come circolo PD Londra e insieme al circolo PD di New York alla proposta di riforma avanzata dal circolo PD di Parigi che riportiamo qui di seguito;

1 – Garantire la legalità. Riteniamo sia fondamentale ridurre ogni rischio d’inquinamento in occasione delle operazioni di voto e di scrutinio: per questa ragione, le modalità attuali – voto per corrispondenza con plichi inviati a tutti gli iscritti AIRE, scrutinio centralizzato a Roma – devono essere riviste. Proponiamo: l’istituzione dell’inversione dell’opzione, con necessità per gli Italiani all’estero (iscritti AIRE o temporaneamente all’estero) di registrarsi in un Albo degli elettori della circoscrizione consolare di riferimento, come già sperimentato nelle recenti elezioni Com.It.Es. Questo permetterebbe – oltre ad una significativa riduzione dei costi delle operazioni di voto – anche una maggiore attenzione alla legalità del processo elettorale, in quanto le schede elettorali messe in circolazione per posta sarebbero recapitate ai soli cittadini aventi espressamente fatto richiesta della scheda elettorale, riducendo il rischio di appropriazione delle schede stesse da possibili frodi. E’ tuttavia necessario precisare che una tale modifica richiede regole e tempistica certe ed adeguate, oltre ad una forte campagna di informazione presso i cittadini all’estero.

• Affiancare al voto per corrispondenza – da mantenere per le realtà geografiche molto estese – dei seggi elettorali nei consolati, come avviene già per le elezioni europee, permettendo al cittadino di esprimere, al momento della registrazione all’Albo degli elettori, la possibilità di votare per corrispondenza o al seggio. Facciamo notare che l’introduzione dell’inversione dell’opzione di voto permette di approntare un numero di seggi realisticamente proporzionale al numero dei votanti effettivi, contenendo in questo modo i costi di allestimento dei seggi.

• Le modalità di scrutinio vanno modificate, ripartendo le schede in più luoghi sotto controllo delle autorità ed evitando l’accentramento delle operazioni di scrutinio presso gli “hangar” di Castelnuovo di Porto.

2. Garantire la rappresentanza Il cambiamento importante del tessuto sociale dell’emigrazione italiana all’estero, così come le modifiche introdotte nelle recenti riforme istituzionali, richiedono un adattamento delle regole elettorali e degli strumenti di rappresentanza per una migliore corrispondenza delle istituzioni con la realtà degli Italiani all’estero che si va delineando nei prossimi anni.

• In merito ci congratuliamo con il governo ed il parlamento per aver esteso il diritto di voto ai temporaneamente all’estero, specia agli studenti Erasmus.

• Riduzione dell’estensione delle Circoscrizioni elettorali: la realtà dell’emigrazione italiana all’estero è estremamente variegata da Paese a Paese, anche all’interno della sola Unione europea. Per questo, riteniamo che l’introduzione di circoscrizioni elettorali più piccole rispetto alle attuali macro-aree (Europa, Nord America, Sud America, Africa-Asia-Oceania) permetta ad ogni territorio di esprimere un parlamentare vicino e diretto referente per le problematiche locali, imparando in proposito dal modello francese che dopo aver adottato il nostro sistema di voto per i cittadini residenti all’estero ha in seguito ridotto l’estensione delle circoscrizioni. Idealmente, riteniamo che andare verso un sistema di collegi uninominali estesi, tenuto conto dei criteri di popolazione, su gruppi di due-tre Paesi permetta una maggiore rappresentanza politica degli Italiani all’estero.


 

Lotta agli stages non retribuiti

Nell’Unione Europea ci sono circa 4,5 milioni di stagisti. Il 59% non sono retribuiti e il 40% non ha un contratto. Nel nostro paese gli stages non retribuiti o con rimborsi spese irrisori dilagano, a cominciare dagli ambienti professionali come gli studi legali, gli studi di architettura, di ragioneria fino alle funzioni più prestigiose della pubblica amministrazione, come nel caso dei miseri 400 euro dei tirocini della CRUI al Ministero degli Affari Esteri.

Come Circolo PD Londra & UK, riteniamo che gli stages non retribuiti siano dei veri e propri veicoli di conservazione sociale in quanto solo le classi più abbienti possono permettere ai propri figli di fare esperienze lavorative non retribuite mentre altri giovani che non hanno alle spalle redditi robusti non possono accumulare quella esperienza professionale necessaria per ottenere un contratto di lavoro. Inoltre, per molti giovani in   Italia e in Europa la transizione scuola-lavoro avviene tramite stages che troppo spesso sono usati dalle aziende per ottenere forza lavoro gratuitamente, o a buon mercato, mentre gli stages dovrebbero innanzitutto svolgere una funzione formativa (solo uno stage su tre sembra averla, secondo certe stime di Interns Go Pro). Lo stage non è una forma di   volontariato ma un’esperienza pratica che facilita l’ingresso al mondo del lavoro dopo la formazione. Dato che gli stagisti spesso e volentieri contribuiscono ai ricavi dell’azienda, essi dovrebbero essere considerati come dei lavoratori e ottenere un’indennità pari al loro contributo.

Screen Shot 2015-12-21 at 22.43.57In Italia lo stage è una forma di precariato che permette alle imprese di deresponsabilizzarsi. Nemmeno i sindacati se ne curano, rendendo gli stagisti uno dei gruppi di lavoratori più emarginati. Bisogna partire dalle norme; le varie direttive regionali sui tirocini extracurriculari, approvate negli ultimi due anni, vanno nella giusta direzione: esse impongono un’indennità minima (come riportato nella cartina a sinistra), stabiliscono una durata massima, reiterano la funzione puramente formativa degli stages e impongono che gli stagisti siano opportunamente monitorati da un mentore. Purtroppo in varie regioni l’indennità minima è del tutto insufficiente per permettere una vera   emancipazione dei giovani dalle famiglie di origine mentre ci sono ancora delle regioni che non hanno approvato nessuna norma sulla materia. Su questo punto, dato che la riforma della divisione delle competenze tra Stato e regioni è all’ordine del giorno, proponiamo di riportare la legislazione del lavoro come esclusiva competenza dello Stato, non solo come atto di semplificazione ma di equità: uno stagista a Cagliari deve godere degli stessi diritti che uno stagista a Torino.

Ma le leggi da sole non bastano. Per attuarle occorre innanzitutto una rivoluzione culturale per dare responsabilità i datori di lavoro. Bisogna introdurre dei meccanismi che premiano i datori di lavoro che offrono stage formativi e invece denunciare quelli che non lo fanno. In questo senso come PD Londra sosteniamo fortemente le iniziative della Repubblica degli Stagisti e di Interns Go Pro in prima linea nella lotta contro gli stages   ‘selvaggi’ (non retribuiti o privi di contenuto formativo).  Come Circolo PD Londra ‘Decio Anzani’ crediamo fermamente nel principio delle pari opportunità e della meritocrazia, ma soprattutto nella dignità del lavoro. Per questo motivo dichiariamo guerra ad ogni forma di lavoro non retribuito, a cominciare dagli stages.