Elezioni UK 2015: un terremoto. Di Giulia Marsan Ajmone

|

Blow-Up-Britain-WIDER_SE

Le elezioni britanniche del 7 maggio 2015 sono state un terremoto: parte degli sconvolgimenti era del tutto previsto – il massacro dei Liberali e il trionfo del Partito Nazionale Scozzese; invece nessun sondaggio, con l’eccezione degli exit polls, avevano previsto la vittoria dei Conservatori decisiva benché con una piccola maggioranza. Image Source. L’associazione delle società che si occupano di sondaggi d’opinione ha già iniziato ad esaminare il perché di questo fallimento sistematico. Intanto i partiti perdenti e in particolare Labour analizzeranno le cause della loro sconfitta. Né gli uni né gli altri non mancheranno di produrre dettagliate analisi che non si tenterà qui di anticipare. Piuttosto è importante evidenziare che sulla nuova amministrazione Cameron incombono due incognite: l’Europa e la costituzione.

Benché secondo una recente inchiesta di Yougov solo il 35% degli interrogati lascerebbe l’Unione, la diffidenza, le remore, anzi l’ostilità, nei confronti del progetto europeo sono profondamente radicate. Un tentativo – quasi inevitabilmente fallimentare – di rinegoziare i termini dei Trattati, insieme agli atteggiamenti negativi nei confronti dell’immigrazione dai nuovi stati dell’EU, riaccenderebbero una discussione che in passato ha lacerato sia Labour sia i Conservatori e che il referendum del 1975 non ha risolto. Ne risulterebbero distrazione e incertezza che ostacolerebbero la messa in atto di altre politiche del nuovo governo, renderebbero nervosi i mercati e prudenti gli investitori.

Alla radice di questi atteggiamenti vi è una concezione forte della sovranità nazionale, e un attaccamento all’identità nazionale definita dal sistema legislativo di matrice diversa da quella napoleonica, dall’attaccamento alla propria moneta, dall’orgoglio della propria indipendenza e storia, nutrito dal fatto di essere stati quasi sempre dalla parte dei vincitori.

Si è molto parlato della crisi d’identità del Regno Unito, ma si tratta piuttosto di una crisi delle sue istituzioni. Come è noto nel Regno Unito non sussiste una carta costituzionale. La costituzione si è sviluppata organicamente nel corso dei secoli, intono al perno della crescente sovranità parlamentare a fronte del sovrano. La mancanza di una carta, non solo tutela la sovranità del parlamento e quindi del popolo, ma permette anche una capacità di adattamento a mutevoli circostanze sociali, che una carta, normalmente rigida, non permette.

Tuttavia, a forza di ritocchi, la costituzione del Regno Unito assomiglia al corpo mostrificato di una donna anziana che ha abusato della chirurgia plastica. Per esempio, quali poteri devolvere all’Europa e quali no? E ancora la Camera dei Lord rappresenta una camera di revisione tecnica estremamente utile ma manca di legittimità popolare, né è in grado di integrare le varie nazioni di cui è composto il regno. La devolution è totalmente asimmetrica, perché gli scozzesi dovrebbero avere più diritti dei gallesi e ambedue più degli inglesi?

L’esasperazione dei nazionalismi deve portare alla discussione delle relazioni tra centro e periferia, e di come meglio la struttura parlamentare le rifletta. Sia i risultati delle elezioni sia le discussioni costituzionali avranno delle ricadute sul sistema elettorale. Il maggioritario secco ha servito bene un paese con una gamma di opinioni politiche non particolarmente polarizzate ma concentrate in particolari aree geografiche, producendo dei governi efficaci. Giovanni Sartori negli anni 80 escludeva il maggioritario secco per il nostro paese, perché l’avrebbe diviso in tre – Nord legista, centro a sinistra e sud a destra. Ora vediamo una simile divisione nel Regno Unito – Nazionalisti a Nord, Labour nei grandi centri urbani e Conservatori nelle provincie della Middle England – che conduce a delle maggioranze risicate o a delle coalizioni, che sono impopolari in quanto coalizioni indipendentemente dal colore politico.

Se a queste considerazioni socio-politiche si aggiungono quelle di un cambiamento di struttura costituzionale, per forza, si dovrà trovare un sistema elettorale per il parlamento e uno per la camera alta intesa a integrare le varie nazioni. Resta da vedere se l’empirismo britannico permetterà di prendere un approccio globale o se si tratterrà di fare altri ritocchini.

Storicamente la richiesta di un sistema proporzionale resta ai perdenti, i vincenti spesso abbandonano tali proposte. Il paese nell’insieme ha una certa preferenza per un governo efficace piuttosto che una rappresentanza proporzionale. Non ci sarà un’assemblea costituente, ma una revisione dei collegi elettorali, un accomodamento con i Celti e possibilmente una modifica alla formazione della camera dei Lords, per esempio introducendo l’elevazione ex-officio del First Minister Scozzese o Gallese o Nord Irlandese.

Giulia Marsan Ajmone e’ Laureata in scienze politiche a Oxford, ha lavorato al Parlamento Europeo e a quello britannico. Torinese di origine, vive attualmente a Londra. Partecipa alle attivita’ del Circolo PD Londra & UK.