Non piangete, agite!

|

locandina della manifestazione "solidarity with Refugees" Londra 12 September 2015

Il mondo è di fronte alla più grande crisi umanitaria di tutti i tempi: alla fine del 2014 erano quasi 60 milioni i rifugiati o internally displaced people sul pianeta. Questo vuol dire che una persona ogni 122 è un rifugiato principalmente a causa dei conflitti in Siria, Somalia, Sudan e Afghanistan.  Se fosse la popolazione di un paese, sarebbe il  24esimo al mondo per grandezza: per intenderci, di poco più piccola dell’Italia . Il numero è chiaramente destinato a crescere esponenzialmente nel 2015 quando si aggiungeranno ulteriori rifugiati dalla Siria e dallo Yemen.

Numero di displaced people
Numero di displaced people

È il dato più alto della storia, che ha messo in ginocchio la credibilità e l’efficacia dell’Unione Europea. Eppure, il particolare interessante non è il dato in sè, ma la sua distribuzione nel mondo.

Numero di rifugiati, stime UNHCR
Numero di Internally Displaced People

Infatti, l’86% dei rifugiati oggi cerca riparo in aree vicine al proprio paese di orgine: Turchia (1,60 milioni di persone), Pakistan (1,50 milioni di persone) e Libano (1,20 milioni di persone) . Alla fine del 2014 i due paesi con la più alta percentuale di rifugiati rispetto alla loro popolazione erano il Libano (23,2% della popolazione sono rifugiati, quasi uno su 4) e la Giordania (8,7%) . È possibile capire la scala del paradosso se mettiamo in confronto questi dati alla percentuale di rifugiati nei paesi più benestanti dell’UE: 2,35% in Svezia , 0,56% in Germania, 0,38 in Grecia  e circa 0,24 in Italia e Regno Unito . Nel 2014 le richieste di asilo politico nell’UE composta da 28 paesi sono state 216,300 . Su una popolazione europea di 508,2 millioni di persone , la percentuale corrisponde allo 0,043%: cioè virtualmente nulla. La diplomazia europea non è stata in grado di gestire questo «virtualmente nulla».

Stime rifugiati, incluse persone in condizioni assimilabili a quelle di rifugiati
Stime rifugiati, incluse persone in condizioni assimilabili a quelle di rifugiati

La legislazione europea attualmente vigente è il Regolamento di Dublino che dispone che i richiedenti asilo possano presentare la propria richiesta solo nel proprio Paese di origine, o nel primo Paese di ingresso dell’UE. Quando le ambasciate europee nei Paesi di orgine sono chiuse per questioni di sicurezza, richiedere legalmente l’accesso a Paesi che non hanno confini esterni è impossibile, e l’unica alternativa per poter presentare una richiesta nell’Europa continentale è arrivare illegalmente in Italia, Grecia o Ungheria, ed illegalmente attraversare l’UE fino ad arrivare nel Paese di destinazione.

I leader dell’UE adottarono questa norma  nel 2003, e l’Italia, pur ricoprendo il semestre di presidenza del Consiglio, non partecipò al tavolo di discussione perchè il  Governo Berlusconi non si rese conto delle conseguenze. I Paesi del Nord Europa approfittando della mancanza di interlocutori forti e rappresentanti il Mediterraneo,  elaborarono un regolamento  più conveniente per loro che per noi. L’interesse politico europeo si era spostato dal Mediterraneo alla Russia  – priorità geopolitica per Germania e Svezia – e noi perdemmo l’occasione di negoziare da una posizionedi forza. II Regolamento di Dublino fu adottato con l’intesa che una progressiva armonizzazione delle politiche interne lo avrebbe col tempo reso superfluo e avrebbe portato l’UE a superare un sistema troppo rigido per garantire un approccio coordinato.

L’armonizzazione non è mai stata realizzata, perchè nel frattempo partiti populisti e xenofobi come Le Front National, Alba Dorata, UKIP e la Lega si sono formati o ri-affermati con una caratteristica in comune: l’anti-europeismo per consolidare un bacino elettorale facendo leva sulle insicurezze derivanti dalla crisi finanziaria ed esacerbando il malessere derivante dalle ingiustizie sociali causate dall’austerità a tutti i costi. Tale approccio, unito a un profondo sentimento di xenofobia, ha scatenato una guerra tra poveri, tra le fascie della popolazione più colpite dalla crisi, e «l’altro». I rifugiati, non bianchi, che non parlano la nostra lingua e non credono nel nostro Dio – ma soprattutto, non votano! – sono diventati il perfetto capro espiatorio da usare per mobilitare masse elettorali. Ogni maggiore partito europeo, al governo, o all’opposizione, si è sistematicamente rifiutato di riaprire il capitolo Dublino per paura di perdere l’appeal su quella massa elettorale.

Il fatto che i governi di sinistra europei, invece di coalizzarsi e cercare di promuovere un’operazione di sensibilizzazione comune, si siano rintanati in dibattiti al ribasso, sterili e senza essere in grado di articolare una politica sensata in termini di cooperazione internazionale, gestione dei rifugiati e della migrazione  la dice lunga sullo stato di integrazione e la capacità di visione del tessuto politico europeo. Un esempio particolarmente significativo è la campagna elettorale di Ed Miliband che in occasione delle elezioni del maggio 2015 nel Regno Unito ha abbracciato completamente la posizione conservatrice.
Colpisce soprattutto che tra i Paesi più restii a qualsiasi cambio strutturale del Regolamento di Dublino ci siano storici partiti di centro-sinistra: Svezia (Partito Social Democratico), Austria (Partito Social Democratico) e Francia (Partito Socialista Francese). Ma anche quando sono di centro-destra, si tratta di partiti messi sotto scacco da formazioni di ultra destra, che sono riuscite a capitalizzare su una manciata di voti per determinare le elezioni politiche europee degli ultimi vent’anni.

Nel Regno Unito una petizione lanciata un paio di giorni fa per chiedere al governo e al parlamento britannici di accettare più richiedenti asilo e aumentare l’appoggio ai rifugiati è stata firmata da centinaia di migliaia di persone in poche ore. Questo ha obbligato David Cameron a cedere e annunciare che, in opposizione con quanto detto finora, il Regno Unito aumenterà il numero di rifugiati fino a 20,000 persone su 5 anni. Non è molto, non è abbastanza, ma è un segno. Due giorni prima del summit europeo convocato a Lussemburgo per il 14 Settembre con l’obiettivo di discutere la questione rifugiati, un’enorme manifestazione è stata organizzata a Londra: 81 mila persone hanno già detto che parteciperanno all’evento su Facebook  per dire forte e chiaro a al Ministro dell’Interno Theresa May che le sue posizioni anti-rifugiato ed anti-immigrazione non rappresentano il Paese, o almeno non tutto.  

Questa è la sfida: realizzare il potere che abbiamo come soggetti politici ed usarlo per cambiare l’agenda politica radicalmente alla radice: alle prossime elezioni, generali, o primarie, portate la solidarietà internazionale sul tavolo della discussione. Chiedete, esigete politiche di cooperazione e solidarietà più aperte e condivise. Chiedete che gli Stati responsabili di aver causato alterazioni geo-politiche, si assumano le responsabilità delle loro conseguenze sociali. Realizzate il  notevole potenziale politico che avete come società civile, ed usatelo per influenzare i politici che scegliete. Piangere su una foto di un bambino morto su una spiaggia, come se le donne, gli uomini, gli adolescenti che abbiamo visto finora valessero meno, è comprensibile, ma inutile.  La vera sfida sta nel gestire il potere politico. 
Ci vediamo alla manifestazione alle 12 del 12 Settembre a Marble Arch!

Mina Zingariello*
* Mina Zingariello è laureata in Relazioni Internazionali all’Università di Trento, ha lavorato per diverse Organizzazioni Non Governative in Italia, Africa e America Latina. Oggi vive a Londra dove lavora per l’organizzazione umanitaria The Internaitional Rescue Committe ed è membro del Coordinamento del Circolo PD Londra & UK “Decio Anzani”.