Il pragmatismo degli italiani all’estero

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Il pragmatismo degli Italiani all’estero e l’analisi del 60%

di Roberto Stasi *

Non avevamo molti dubbi sul risultato all’estero, con tutte le vicissitudini e le offese che abbiamo ricevuto, gli italiani all’estero hanno confermato un approccio più pragmatico ed una richiesta di cambiamento anche urgente per il nostro Paese. Il discorso del Segretario del Pd Londra & UK Roberto Stasi all’Assemblea del 17 Dicembre

Carissimi e e carissime,

Voglio aprire questa mia relazione all’assemblea con un sincero ringraziamento al PD Londra tutto, a partire dal coordinamento fino tutti gli iscritti ed amici, per l’impegno, la passione, che hanno voluto dedicare in queste settimane, anzi, mesi di campagna elettorale. A tutti davvero un grande Grazie. Lasciatemi anche ringraziare coloro che si sono avvicinati a noi o al comitato Basta un Sì e che hanno contribuito in maniera eccezionale ed importante alla riuscita ed al successo di questa campagna referendaria. A loro, io guardo con grande speranza, a loro rivolgo il mio invito di continuare a sporcarsi le mani con l’attivismo civico e li invito all’attivismo politico dentro il PD, ed il PD Londra e Regno Unito, Decio Anzani, rimane il luogo aperto e pubblico di discussione politica per tutte le comunità italiane a Londra e nel Regno Unito.

Lasciatemi dire che senza il PD Londra ed il lavoro che insieme abbiamo fatto in questi anni, non solo sotto la mia segreteria, non credo che saremmo riusciti ad ottenere il risultato del referendum, almeno qui nel Regno Unito.

Rivendico, anche a titolo personale, un lavoro politico di raccordo e di cucitura, prima all’interno del PD Londra, con la scorsa assemblea che ha votato il sostegno al Sì in maniera convinta, ma anche affermando il rispetto e la cittadinanza dentro il PD di chi, invece, ha votato No. Io credo, che anche la conduzione della nostra campagna, al netto di tante lessons to learn, sia a livello gestionale che strategico, siano stati un punto di positiva diversità rispetto ad un campagna, in generale, velenosa, gridata e sciatta fatta in Italia. Rivendico, altresì, l’aver portato questo circolo fuori Londra, in quasi tutto il Regno Unito ed oltre, di aver fatto delle scelte come quella del Comites, del CGIE e della rappresentanza per le nostre comunità, che hanno fatto del PD un punto di riferimento ed un interlocutore per le nostre comunità. Un lavoro, quindi, di organizzazione e politica, tornando all’essenza della politica, che è ascolto e servizio, precondizioni per poi giocare un ruolo nella ricerca del consenso.

Il 37% di partecipazione e’ tutto questo, secondo solo alla Svizzera, una percentuale di Sì oltre il 60%, 35 mila elettori in più rispetto alle elezioni politiche del 2013, una popolazione elettorale crescente, anche grazie ai non AIRE, il Regno Unito è stato un sesto di tutti gli iscritti non AIRE nel mondo. Tante tante iniziative, oltre 20 e 10 città visitate. Una campagna senza polemiche, senza sbavature, di questo voglio ringraziare anche il fronte del No, molto leale e rispettoso. Ringraziamento anche ai ragazzi del King’s College che sono stati generosi e partecipi, offrendo tempo, risorse e spazi per un servizio civico a tutta la comunità italiana di Londra. Anche a tutti coloro che ci hanno ospitato ed invitato nelle altre città inglesi, Giulia, Wilmer, Carlo, Adriano, Emanuele, Ferdinando, Vincenzo, padre Giandomenico etc… i Comites di Londra, Manchester, Edimburgo e Dublino per il servizio di informazione che hanno reso ai cittadini.

Non avevamo molti dubbi sul risultato all’estero, con tutti le vicissitudini e le offese che abbiamo ricevuto, gli italiani all’estero hanno confermato un approccio più pragmatico ed una richiesta di cambiamento anche urgente per il nostro Paese. Lo stesso positivo risultato per noi, non copre due aspetti: la prima, la questione legata al sistema di voto per l’estero, in cui c’è un’urgente necessità di mettere in sicurezza il voto. Come Pd Londra e PD Europa abbiamo avanzato moltissime proposte di revisione della legge elettorale estero, sia sulla struttura della rappresentanza, con la proposta di circoscrizioni più piccole, sul modello della proposta di legge dell’On Farina, che a mio avviso va sostenuta, ma anche delle modalità di voto, per esempio attivando un registro degli elettori, avendo dei seggi sul posto e voto per corrispondenza per chi lo chiede, e facendo uno scrutinio sul posto. Credo che le polemiche del voto estero torneranno e saranno ancora più aspre se non si apre un sincero percorso non di dibatitto, di riforma, immediatamente in Parlamento e nel Governo.

Ma vedo anche un altro aspetto, la crescente disaffezione e sfiducia di molti, soprattutto giovani, che hanno votato No e che plausibilmente voteranno m5s in Europa. A questi, ovvero ai camerieri, ai precari, a chi non è un professionista, a chi vive davvero il disagio dell’emigrazione anche con una laurea in tasca o scappando dal lavoro nero o dalla disoccupazione delle regioni del nord e del sud, cosa diciamo a queste persone, come comunichiamo con loro? Non basta ovviamente la retorica della poltica, delle riforme fatte, occorre io credo dare un segnale di attenzione ed assistenza concreta.

Bisogna provare a portare quell’energia della protesta in proposte concrete, per esempio in servizi, campagne informative. Su questa idea sono stato eletto Segretario di questo circolo, sull’idea che questo luogo fosse un luogo aperto a disposizione di tutti, che il nostro fare politica all’estero, non potesse servire a replicare il teatrino dello scontro tra correnti in Italia, ma che dovesse dare servizi ad una nuova emigrazione per costruire una comunità. Io credo che su questo non abbiamo fatto molto, credo che sebbene presenti anche nel Comites, non siamo riusciti a mostrare soluzioni, un aiuto.

Su questo dobbiamo continuare a lavorare, mi piacerebbe che l’energia del volantinaggio si trasformasse in un’energia di dialogo ed apertura verso questo mondo, perché si possa costruire una comunità’ italiana coesa. Il PD Londra & UK può essere centrale, può essere un punto di riferimento, per il lavoro politico che stiamo facendo e faremo nei prossimi mesi ed anni nel processo di sviluppo della Brexit.

Lo stesso processo inverso di analisi che facciamo qui all’estero, dovrebbe essere applicato in italia. Partiamo dal 60% che ha votato No, nella consapevolezza però che l’altro 40, per una buona parte, non del tutto, è il PD, è la nostra gente, che ha dimostrato ancora una volta di essere presente ed unita.

Approfondiamo la composizione sociale e geografica di quel 60% per poter capire dove abbiamo sbagliato ma ancor di più che cosa quel 60%, o meglio una parte di quello, ha voluto segnalarci in questo voto.

Questo referendum ha visto una partecipazione enorme, ben superiore a tante tornate elettorali di questi ultimi anni, ma sicuramente superiore a quello del 2006, quando l’affluenza era al 53%. Oltre 8 milioni di persone sono tornate alle urne e hanno voluto dirci No.

Dovremmo chiederci quindi chi sono questi elettori, cosa vogliono dirci.

Una parte ampia è del Sud, il nostro Sunderland in questo referendum, un sud che governiamo e che abbiamo governato come PD e centro-sinistra per tanti anni, che in questi anni ha perso la quota più grande del PIL del nostro paese, che trova secondo i dati ISTAT le più alte sacche di povertà in Italia.

Sono i giovani, che tra 18-25 anni hanno votato contro la riforma, inviando un messaggio di disagio, di frustrazione e di ribellione, sia sulle questioni del lavoro sia sulla riforma della scuola che ha diviso profondamente il mondo della scuola e i giovani. I giovani che per primi vedono i risvolti positivi e negativi del Jobs Act, un provvedimento che dobbiamo difendere e rivendicare, ma che alla situazione attuale presenta dei limiti e delle carenze che possiamo risolvere facilmente, anche riprendendo un dialogo con sindacati e parti sociali, come accaduto in altre occasioni anche nelle ultime settimane prima del voto.

Ed infine, io credo, che non siano pochi, chi non ha accettato tout court una riforma della Costituzione, ritenendola inappropriata, mal fatta e soprattutto non rispondente alle necessità politiche, sociali ed economiche del Paese. La percezione per questi è di essere stati davanti ad un ricatto, una manovra della politica a favore della stessa “casta” che in questo caso veniva identificata nel Governo, cioè noi.

C’è anche una richiesta di maggiore rappresentanza e decisione, una compressione della stessa sul Senato è stato forse il passaggio più forte della campagna per il No.

Ecco, la svolta istituzionale che noi, come PD, abbiamo proposto al Paese, una soluzione anche per disincagliare il Paese, non è stata accettata dalla maggioranza dei cittadini; ed allora resta una valutazione da farsi, secondo me l’unica possibile, su quali tipo di politiche noi come PD abbiamo attuato in questi anni e quali vorremo offrire come PD, ovvero il partito che vuole essere governo e guida del Paese. Io penso che mai come in questa fase, il PD ha saputo interpretare il vero riformismo di cui il PD è il punto di partenza. Non cito le numerose riforme, interventi legislativi, la gestione dell’immigrazione, la conquista di diritti che, come PD e Governo, abbiamo affermato e difeso, un dibattito europeo contro la politica di austerità e di rilancio del progetto europeo.

Di questo io sono orgoglioso e lo dico che di questa esperienza e di quel progetto non possiamo fare a meno anche per le sfide future.

Noi sappiamo bene, anche per esperienza vicina, che il referendum, ma direi tutti i voti politici di questi ultime tornate elettorali, non solo in italia, sono la sintesi ed il sintomo di un malessere, di disagi e di nuove forme di povertà, non solo materiale. Ma come ci rapportiamo a queste, come le intercettiamo, chi dialoga con queste povertà e con la diversa umanità che le esprime, che risposte diamo.

Io tralascio di parlare dei problemi organizzativi di questa campagna che abbiamo visto dall’interno, l’assenza di professionalismo, l’inesperienza a condurre una campagna ma anche la schizofrenia del messaggio o il non aver capito e regolato l’intensità della campagna e delle sue fasi, l’aver fatto per un referendum una campagna ipertrofica, personalistica, bulimica nelle parole e nelle presenze.

Io penso che ci siano stati dei messaggi contraddittori, la retorica dei costi della politica, la retorica dell’europa matrigna, della stabilità, del dirupo dopo di noi, già viste in altre campagne, ha pagato? Io credo invece che abbia confuso di più, disorientato molti, risultato inefficace e forse più dannosa.

Volevamo spingere verso il centro, volevamo conquistare i voti del centrodestra, una strategia che stiamo portando avanti da oltre 2 anni e mezzo, ci metto anche la continua illusoria ricerca dei moderati da parte di altri segretari e Presidenti del Consiglio del PD. Ma i risultati delle ultime amministrative ci dicono che quell’elettorato, soprattutto quello di centro destra, resta dov’è, non si muove e se lo fa, forse lo fanno più i suoi rappresentanti e dirigenti politici, non compensa una perdita, che io continuo a chiamare emorragia continua di voti a sinistra. Intendiamoci bene, non parlo di dirigenti e partiti meno o più strutturati, ma di gente, di un popolo, di una comunità, che non è detto che condivida i nostri stretti valori ma che non ritrova in noi degli interlocutori attenti: questi sono giovani, operai, partite iva, precari, pubblico impiego…

Io credo che il problema ed anche la soluzione sia il PD stesso, l’essenza del progetto e la sua missione, che o abbiamo perso o non abbiamo saputo far nascere.

Io credo che l’attuale classe dirigente, tra maggioranza e minoranza, che non è PD di nascita, non sia oggi ancora in grado di esprimere quel progetto rivoluzionario di sintesi culturale dei riformisti, democratici e progressisti che il PD aveva in testa, vittime di una reciproca diffidenza e rivalità.

Sono tornato in questi giorni a rileggere il discorso di Walter veltroni, del lingotto 2007, che molti definiscono come il discorso fondativo del PD.

Fare un’Italia nuova. E’ questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico.

A indicare un’identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all’irrinunciabile tensione all’uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno.

Il Partito democratico, il partito di chi crede che la crescita economica e l’equa ripartizione della ricchezza non siano obiettivi in conflitto, e che senza l’una non vi potrà essere l’altra.

l’Italia ha bisogno è un partito del nuovo millennio. Una forza del cambiamento, libera da ideologismi, libera dall’obbligo di apparire, di volta in volta, moderata o estremista per legittimare o cancellare la propria storia. Un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo.

Ecco, il messaggio è fare sintesi, creare una comunità, che ingloba i conflitti e li risolve, ne dà soluzione, non nella contrapposizione noi / voi, nello scontro dei blocchi ideologici monolitici, che non vuol dire rinunciare a prendere una parte piuttosto che un’altra, o perseguire un fine comune o rinunciare ad una gerarchia valoriale nella decisione. La sintesi sta nell’essere percepito come il soggetto che risolve le tensioni ed i conflitti attuali e potenziali in una ricerca di un’armonia comune, non solo quella del PD ma quella del Paese. Non vuol dire questo rinunciare a dire che qualcuno forse deve contribuire di più in un determinato tempo, oppure rinunciare a posizioni di rendita per estendere diritti e doveri. Non vuol dire essere il partito di questa classe sociale o di quella, ma provare a rappresentare i bisogni trasversali.

Il PD deve essere il partito di tanti patti, generazionale, sociale, lavorativo, economico con l’obiettivo che il benessere sociale ed economico condiviso, diffuso, sia un valore da perseguire, sia un bene pubblico da preservare.

Per questo mi chiedo, se la nostra missione sta nel creare dei patti nella società, serve, e sono servite, parole di divisione, di esclusione sentite in questi due anni? Interne ed esterne al PD? E’ servita la retorica dei gufi e della palude, per essere così in grado di aprire conflitti esistenti e peggio ancora per non aver saputo capire, che, invece, altri conflitti si stavano per aprire?

Sia chiaro, voler distinguere maggioranza e minoranza del partito, è un gioco che non mi ha mai appassionato, chi vuole continuare a farlo sia libero ma sia assuma anche la responsabilità di continuare in questa stupida divisione, ma sia tuttavia ben chiaro, e lo dico senza timori, anche a chi mi ha visto amico e compagno di strada, le gioie e dolori del partito e di questa comunità sono comuni, e quindi è miserevole, umiliante, ad iniziare da me come militante e ultimo dirigente di questo partito, ridere e festeggiare quando tutta la comunità del PD perde una sfida importante nel Paese.

Il PD non appartiene alla maggioranza o alla minoranza di turno, nessuno è più meritevole o più etico dell’altro di poter stare in questa comunità, che è per me patrimonio pubblico, bene pubblico, fruibile da tutti, che ne condivide la carta dei valori e le regole, ma altresì deperibile.

E proprio perché questo partito è sintesi, deve avere in sé una cultura di ascolto, riflessione e decisione che siano un percorso, un viaggio, non un solo permanente scontro. Vedete, dobbiamo capirci, una cosa sono le questioni che ci riguardano come il nostro partito decide, si organizza, si struttura, un’altra invece è la missione ultima anche dentro la società del nostro PD.

Rileggo una parte fondamentale e molto dibattuta del discorso del Lingotto….

Il Partito democratico deve avere in sé un’ambizione, al tempo stesso, non autosufficiente ma maggioritaria. Deve sapere che il suo messaggio di innovazione e di comunità può motivare il suo campo e conquistare consensi anche diversi. L’elettorato è razionale, mobile, orientato a scegliere la migliore proposta programmatica e la migliore visione.

Non autosufficiente ma maggioritario. Che vuol dire?

Vuol dire, a mio parere, che non possiamo pensare di poter fare da soli, non possiamo pensare di essere una comunità chiusa, ma dobbiamo diventare un luogo aperto, che ascolti, che ingloba, che sappia influenzare e, se volete, anche dirigere la discussione nel Paese e nella società.

Credo, che in questi anni ci siamo ubriacati della convinzione di essere autosufficienti, nella ricerca di un consenso sfrenato, quasi plebiscitario, sia interno e che esterno, utilizzando le primarie, i congressi più per contarsi e far pesare la propria forza ed il peso, piuttosto che risolvere questioni identitarie e di posizionamento vere, così come la necessità di fare sintesi.

Vedete, la vocazione maggioritaria non è “la maggioranza ha deciso, adeguatevi!”, è altra cosa, è qualcosa che trascende noi stessi come partito, il resto è disciplina di partito, sono il rispetto delle regole interne, da parte della maggioranza e delle minoranza, per una convivenza civile e rispettosa, ma anche trasparente e legale nella stessa casa.

Non è vocazione maggioritaria la ricerca di un consenso assoluto, imbarcando di tutto e di tutti in alcune regione del sud, ma anche del nord, e cambiare natura politica del PD, cercando alleanze in altre contesti politici e, forse, anche contro lo stesso PD e la stessa natura del PD.

La vocazione maggioritaria non vuol dire, coprire il simbolo del PD, fare dei comitati elettorali e dire possono entrare tutti, ma il pd c’è e non c’è.

La vocazione maggioritaria non è trasformare il PD in un comitato elettorale permanente, ma invece avere una rete di ascolto ed elaborazione politica che va dal centro alla periferia e viceversa, che serve quando si è sia al Governo sia all’opposizione, ma soprattutto quando si è al Governo.

La vocazione maggioritaria sta nella capacità di rendere la nostra idea di società, di paese e di futuro maggioranza, anche in posti e contesti che non sono di natura o di intelletto a noi vicini. Il consenso è strumentale, così come il governo, ma non può essere la sintesi del PD.

E’ qui la mia più grande critica a questo PD, non solo all’attuale classe dirigente: l’aver dopo anni ed anni, abbandonato questa comunità e di averla usata per la gestione del consenso e del potere. Ne abbiamo deperito la struttura, l’organizzazione e forse anche il capitale umano. Su questo credo che abbiamo preferito non crearlo, non abbiamo voluto affrontare la grande questione della selezione della classe dirigente, non abbiamo voluto offrire un modello, e come detto prima le primarie non lo sono, sono un sistema di raccolta del potere e del consenso, punto. Noi su questo abbiamo assecondato il Paese, che ha rinunciato ad interrogarsi su come si selezione la classe dirigente, su come si affida la responsabilità pubblica.

Sta qui il tema del prossimo congresso, sta tutto qui, sta nelle origini del PD.

Il resto è solo un ennesimo confronto tra mozioni, più forti che mai, tra pacchetti di voti e capibastoni che non crollano mai, tra interessi privati e pubblici.

Se così sarà, il nostro Paese e i nostri cittadini lo vedranno, come hanno capito e partecipato al referendum, lo capiranno e si esprimeranno alle prossime elezioni politiche.

Ci aspettano mesi intensi, io farò la mia parte perché quanto detto qui, diventi un tentativo, ultimo, di cambiare qualcosa, o meglio ancora, di far nascere davvero questo PD.

Io mi avvio alla conclusione del mio mandato alla fine del prossimo anno.

Io non correrò per un altro mandato, non lo voglio, non credo sia giusto, credo che nuove energie si debbano esprimere.

Come già fatto nel 2014, guiderò questo circolo attraverso un congresso nazionale, che spero che si tenga presto.

Andremo poi a congresso qui a Londra, nel frattempo il mio impegno sarà costruire circoli nel resto del Paese per raccogliere l’energia e l’interesse di tanti che ho incontrato in questa campagna referendaria. Vedremo se saremo anticipati o seguiti da elezioni politiche, alle quali dovremo preparci nei prossimi mesi con impegno, unità e professionalità per le quali affido al circolo la mia piena disponibilità e dedizione.

Spero, tuttavia, che anche durante le scadenze congressuali e politiche, continui ad esserci un confronto pacato, serio e leale, come fatto sul referendum.

Questo lo chiedo a tutti, iscritti e chi ha responsabilità nel circolo, a chi vorrà candidarsi alle prossime sfide, perché il lavoro di questi anni non sia buttato via, perché resti una comunità aperta, variegata, che ascolta e risponde, ma anche un metodo di lavoro condiviso, attento e responsabile.

Spero che prevarrà la consapevolezza che dopo il confronto, c’è la sintesi, che i nemici comuni restano sempre lì fuori: le destre, i nazionalismi, i moderni fascismi, la disuguaglianza, il regresso politico, sociale ed economico.

A tutti, come sempre, buon lavoro!

 

* Roberto Stasi, Segretario del PD Londra & UK

Londra, 17 Dicembre 2016