Stay or leave? Londra, con Sadiq Khan, dice di stare

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Sadiq Khan, Mayor of London smiles on Westminster BridgeStay or leave? Sadiq Khan dice di stare. L’analisi del Segretario Roberto Stasi.

Davvero Londra non finisce mai di sorprendere. Questa volta lo fa con la politica, e con il messaggio di integrazione ed inclusione, che il neo eletto Sindaco Sadiq Khan manda a tutta Europa ed al mondo. È il primo sindaco di Londra di fede mussulmana, appartenente ad una minoranza etnica presente, quella pakistana, tra le maggiori nel Regno Unito.

Tanto è stato detto sulla sua biografia, sulle sue origini familiari, sul suo impegno come parlamentare, Ministro Ombra per i trasporti e come avvocato per i diritti civili. Come dimostra il suo voto a favore delle nozze gay, Sadiq Khan rappresenta un Islam più laico, progressista e riformato. Queste sono state le qualità e le caratteristiche del candidato Labour in una campagna elettorale, lunga, combattuta e con tanti colpi bassi.

Una campagna iniziata nel Labour con le primarie della scorsa estate, in cui Sadiq Khan ha faticato tanto per  affermare la sua nomination, anche con pezzi del partito scettici sulla sua candidatura. Non facile anche per la sua distanza da Corbyn, ma anche da quella blairiana del partito. Ha dovuto faticare per mantenere quel profilo indipendente ed autonomo, che si è poi rivisto nella campagna elettorale e nel suo slogan “un sindaco per tutti i londinesi”.

La sua campagna è stata attenta ad un’affrancatura dalla leadership nazionale e dalle contese interne del Labour. Invece è stata un immergersi in una campagna elettorale locale, fatta di incontri, di porta a porta, di visite a tutti i quartieri della città. Incentrata sui problemi quotidiani, dal costo della vita, ai trasporti, all’aria, al traffico, ma soprattutto caratterizzata da pacatezza, attenzione alle diverse sensibilità dei londinesi.

Tutti aspetti, invece, che la campagna del suo principale avversario Zac Goldsmith ha completamente ignorato. A sorpresa, anche per la mitezza del personaggio e della sua posizione politica, per certi versi molto più liberale e meno radicale dei suoi colleghi conservatori soprattutto in materia ambientale, Goldsmith ha sviluppato (forse subìto, ma ancor peggio, assecondato) una strategia elettorale del partito conservatore aggressiva, al limite dell’insulto razziale, più attenta a vantaggi nazionali sul Governo che a conquistare il governo della città. Una strategia della paura attuata anche attraverso la stampa amica, soprattutto quella distribuita ai pendolari, che ha prima sollevato dubbi sui sostegni elettorali di Khan nella sua comunità ed in quella mussulmana di Londra, e poi cavalcato l’accusa di antisemitismo verso  alcuni dirigenti del Labour, mettendo in risalto un problema interno in merito ai rapporti con le comunità ebraiche.

Una campagna che però non ha pagato, anzi. Nelle ultime settimane, gli elettori hanno cominciato a spostarsi sul candidato laburista, proprio per la sua storia, per quella garanzia di rispetto della diversità e di assicurazione dell’inclusività che i cittadini di una città cosmopolita, come Londra, si attendono, cercano e vogliono vedere concretizzate in nuove politiche sociali, abitative e culturali.

È proprio quello che è successo quando la campagna elettorale locale si è incrociata con il dibatitto sulla Brexit. La posizione del candidato conservatore in sostegno della campagna per il Leave, insieme al sindaco uscente, Boris Johnson, ha portato molti elettori a rivedere le proprie intenzioni di voto ed andare sul candidato laburista. Grande impatto si è avuto sugli elettori europei, che hanno così sopperito, in un certo senso, all’impossibilità di votare per il referendum Brexit di giugno con la possibilità di scegliere un sindaco pro o contro.

Un tratto fortemente europeo si è visto nella campagna elettorale condotta da Ivana Bartoletti, prima ed unica candidata italiana al consiglio comunale della città metropolitana di Londra per il Labour nel collegio Havering & Redbridge, est di Londra. Un territorio vasto, un’area con fortissima immigrazione ma un ceto medio e popolare inglese, che nella periferia della grande città sente maggiormente i problemi legati al caro vita, ai trasporti ed alla sicurezza. Una situazione di tensione sociale anche dovuta alla presenza di grandi comunità d’immigrazione. La campagna pro europea che ha accorciato, arrivando quasi ad annullarla, la distanza con il candidato conservatore, che per poche centinaia di voti ha vinto la competizione. Un vero peccato, ma questo è anche un territorio dove l’Ukip, il partito anti-europa e immigrazione di Nigel Farage, ha ottenuto l’8% dei voti, nella sua prima competizione elettorale su Londra.

Quella di Ivana è davvero una vittoria mancata. Ma la sua candidatura è testimonianza concreta di quanto necessaria e fruttuosa sia la partecipazione politica delle comunità europee residenti negli altri Paesi dell’Unione Europea.  È una candidatura, che deve rafforzare l’impegno politico delle nostre comunità all’estero, ma che in una lettura più locale, qui nel Regno Unito, deve far pensare a quanto lavoro il Labour deve ancora compiere per recuperare il voto dei ceti più popolari e trasmettere un vero messaggio di opportunità e positività nella permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea.

Un’altra campagna elettorale ci aspetta adesso, quella sulla Brexit, dagli esiti ad oggi ancora incerti, ma nella quale le voci come quella di Ivana dovranno essere di più e più forti. Una sfida già questa, in un Paese sempre più rinchiuso su se stesso, nostalgico di un passato glorioso tanto lontano, ma con paure crescenti, al suo interno e nella sua società.

Roberto Stasi, Segretario PD londra & UK